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(IN)compiuta

(IN)compiuta

Posso sentire il tempo.

Tra le ore e i giorni ne avverto le storie, il respiro silente nella quiete, l’affanno nelle difficoltà, la sofferenza nelle avversità, l’intimo e silenzioso riserbo nel dolore.
Posso sentire il tempo.

In attimi che sulla pelle incidono il senso della vita, a volte raccogliendo meraviglie, altre spargendo nelle lacrime il sale dei rimpianti, le amarezze, trasformando gli anni a venire in nuove o ritrovate emozioni,  o in occasioni perdute.
Simile a un germoglio di speranza che raccoglie la corolla dei suoi giorni intorno allo stelo della propria esistenza, sono. Lembi di luce intorno a noi rivelano la difficile la strada percorsa e lo sforzo, la fatica del vivere.
Inaspettate svolte nell’ autunno delle parole  che divennero pietre.
Quanto tempo è già passato?
Troppo da non ricordare nemmeno più quanto, da perdere i confini del ricordo, da confondere le parole dette con quelle solamente pensate, e quelle veramente agite o subite con quelle imposte come le mani sulla testa a farti cavaliere del mio tempo, una crociata inutile dove non c’erano vincitori né vinti. Solo dolore.
Un rimedio.

Occorreva un rimedio!
L’avremmo avuto il nostro (mo)mento – mi ripetevo instancabile – nelle giornate buone di primavera quando, come api operose, mescevamo pollini. Ne facevamo un miele saporito, profumato e denso, dolce al palato e delicato al gusto che nessun fiore, da solo, per quanto bello potesse essere o apparire, avrebbe mai potuto dare al vento, o alle ali di un’altra ape, al  suo ventre paziente, ché pure lo avrebbe saputo conservare e trasportare altrove per rendere fecondi altri fiori.
Ma eravamo noi la magia di quel sapore, erano i nostri sforzi a rimanere uniti, nonostante tutto.
Quell’anno di emozioni travolgenti arrivò alla sua fine, come gli altri tre che lo avevano preceduto, e che avevamo vissuto nascondendo ciascuno per sé, le ragioni che ci rendevano affini. Dovevamo scegliere se crescere in questo percorso, iniziato per caso,  o fingere di non capire quello che stava accadendo, starcene buoni al passo aspettando che fosse l’altro ad esprimere i suoi sentimenti.
Accadde.

Semplicemente.
Fu l’incanto, nell’attimo in cui s’incontrarono i nostri sorrisi, la timida incertezza dei nostri desideri, il difficile sforzo di tenere a bada il giro di giostra che avevamo avviato. Era un volo in catene che non si fermava, se non alla fine.
E la fine, presto o tardi, arriva per tutto.
Accadde.

Semplicemente.
Vennero anche per noi i giorni  dell’abbandono. Anche per noi che volavamo alto e ci sentivamo rondini, che sognavamo di svegliarci insieme. Si sgretolò ogni istante di in_finito.
Posso sentire il tempo.
Che è passato, qui al centro del petto, nell’asola bassa che preme sull’itto del cuore, dove originò il volo: una piega che non si distende, una ferita aperta.


di Francesca Falco

 

photo: Ketty D’Amico

 

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