Notte bianca

La verità è che se l’è fottuta la paura.

Si è fottuta tanta gente, la paura.

Con taluni ha avuto più tatto, pare riesca ad esser gentile quando l’aggrada esserlo. Così si insinua lenta sottopelle come inchiostro e tatuaggio cieco. Da lontano, che poi lontano non è, ma sono strane le grandezze: possono essere miliardi di chilometri o pochi centimetri più in là, al di là del naso. Da lì sembra un qualche tipo di forza che non ne vuole sapere di cadere, una qualche roccia ai confini del mare incapace di abbandonarsi alla legittima pretesa delle onde.

Prendersi quella fetta di immobilità che disturba il confine tra gli andirivieni dei blu all’orizzonte. Così, a differenza di quelli fottuti senza grazia e lasciati per sempre all’angolo del ring, quando la paura ti prende con il fare delle domeniche che sanno avere il sapore della noia si esce a vivere. Vivere a metà.

Poco importa cosa, come o quando. L’importante è non far camminare nulla sottopelle, tenere a distanza da quell’angolo buio l’emozione che non muore alle prime luci dell’alba dentro un’emicrania, il brivido che non muore dentro a un letto sfatto che non ti preoccuperai di rifare. Né oggi, né mai.

La verità è che se l’è fottuta la paura.

Si è fottuta tanta gente, la paura, mettendo in gioco tanti corpi in un bel girotondo di zingari e guinzagli.

Tra i letti da rifare come giardini da pulire dagli autunni, i mal di testa degli amori tra sommelier, bollicine salite a galla e sparite in una notte bianca come carta senza parole.

 

di Ivo Tudgiarov

 

photo di Ketty D’Amico

 

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