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Si lo so

Si lo so

Ciao.

Ancora non mi sono abituata a questo strano modo di parlare con te, ma è il solo che conosco e che, a conti fatti, mi è rimasto.

Non mi lasci molte scelte e so che ridi per le smorfie che sto facendo adesso perché penso a come tu mi abbia fregato costringendomi a ricorrere a ciò che non sapevo di saper fare – buffo gioco di parole che ben si addice a te che hai reso spettacolo la tua vita.

Vorrei scriverti che mi manchi e che non passa un giorno in cui tu non occupi buona parte del tempo ma temo di divenire stucchevole e di farti sollevare con enfasi esasperata gli occhi al cielo, mentre mormori «Che palle!» con quel tono roco di voce.

Che darei per sentirlo di nuovo…

«Che palle!»

«Sì, lo so.»

Ok, la smetto, hai ragione.

Pertanto ho deciso: ti racconterò di altro.

Sai che le rondini son tornate sotto al tetto a rifare il nido? E sai che la sabbia della nostra spiaggia preferita è piena di sassolini striati di verde? Già, incredibile, vero? Ma non solo: il campo vicino a casa mia è come ogni anno, da quell’anno zero, un tappeto sterminato di sorrisi giallo/aranciati, roba da accecare la vista. Un giorno di questi ci andrò e mi lancerò in una corsa attraverso i filari stretti, a braccia aperte, buttandoli giù tutti come birilli, come i giorni di disperata rassegnazione che mi hai costretto ad affrontare.

«Che palle!»

«Sì, lo so.»

Ma non è facile fingere che vada tutto bene. Però ci provo di nuovo, dammi un minuto soltanto.

Sai che ci sono sere in cui Giove corteggia la Luna in un modo così delicato da incantare persino le cicale tanto da farle intonare concerti in CriCri maggiore, perché il suono ti arrivi forte e chiaro?

Le sento sempre dal letto, attraverso le serrande abbassate che soffrono l’afa estiva. Chiudo gli occhi e mi unisco a quel canto con una mano a destra sulla metà del cuore che mi è rimasta e che mi hai lasciato.

Ti sei portata via la mia possibilità di dirti che ti ho voluto bene e che conservo con cura gli occhi di cerbiatto, li inumidisco ogni notte quando le cicale tacciono, Giove finalmente riesce a baciare la Luna e tu, ridendo, mi abbracci forte sussurrandomi «Che gran sciocchina che sei, Kettina».

Credo di averti detto tutto – ovvero di aver fatto finta bene di averti scritto tutto. Non sono brava come credevi, ma mi impegno a renderti sempre fiera di me.

Ciao mio piccolo Girasole, insegna al mondo come sbocciare sotto i temporali fino a fare invidia persino agli arcobaleni.

(«Che palle»

«Sì, lo so!»).

 

Blo: UN FOLLETTO IN ABITO DA SERA

 

testo e photo: Ketty D’Amico

 

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