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Andrea e la malinconia

Andrea e la malinconia

Carissimo Andrea,

sto rientrando adesso da L’Aquila, un viaggio non solo fisico.

Ci sono stata per girare un corto sulla dimenticanza, o almeno questo voleva essere il senso del lavoro. È stata la mia prima volta a L’Aquila, la prima in assoluto, non solo post terremoto. Ho trovato una città mortalmente (sì, mortalmente!) divisa tra guizzi di bellezza e voglia di abbandono, a tratti fiera di riaffermarsi con virtuosismi architettonici, a volte involuta e indolente. Una città pretesto di mille scuse, sulla quale nessuno ha pensato di togliere le scarpe prima di incamminarsi.

Una non città che domani sarà certo un surreale museo, come dice la mia amica Maria mentre me ne fa tastare il polso, ma che non ha il presente. Stamattina ho girato a piedi tutto il centro storico e ho incontrato, a parte qualche operaio per i cantieri, solo tre persone. Tre. E forse non c’ero neanche io, ché la natura ci ha fatti con gli occhi che ci escludono dalla nostra stessa visuale, forse per generosità, forse perché si guardi solo agli altri e non a noi, e io non sono riuscita a vedermi attraverso gli occhi di nessuno.

Ieri, poi, ho assistito ad un evento difficile da metabolizzare: una coppia di signori attempati con cani al seguito che, dopo quasi dieci anni, facevano rientro nella loro casa ristrutturata. Noi naturalmente non lo potevamo sapere, e quando abbiamo chiesto qualche minuto di tempo per girare in quella strada, la reazione scomposta del signore è stata la seguente: “Aspettate voi, sono nove anni e mezzo che io aspetto di poter entrare in casa mia”. E ci ha salutati bestemmiando tutti i santi che conosceva.

E mi è cresciuto il dolore. E mi è cresciuto il senso di inadeguatezza. Non abbiamo replicato. Abbiamo, in rispettoso silenzio, guardato la storia ricomporsi e tentare un nuovo inizio.

 

Di cosa è fatta la malinconia?
Di un passato irraggiungibile?  

Di speranze tradite?

Di immaginazione?  

Di inconsapevole abbandono?

Scusami ma, per imponderabili alchimie, ti ho pensato spesso e avevo necessità di condividere con te tutto questo.

Ti abbraccio forte,

Annalisa.

 

di Annalisa Insardà

 

photo: Ketty D’Amico

 

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