chanceedizioni@gmail.com

L’offerta

L’offerta

Nessuna bellezza in lei e capelli dalle ciocche rosse. Era una donna singolare. Poi, un carattere ombroso, rari i sorrisi e scarse le risate.

In paese la dicevano strana: finché visse sua madre, la lasciarono in pace; ma dopo la morte della  donna si fecero beffe della figlia, del suo andare esitante, del suo aspetto diverso, del parlare impacciato. Alcuni la credevano malevola, per  quel rosso nei capelli. Addirittura si scostavano al suo passare, temendone il contatto. Il loro rifiuto la fece diventare più taciturna, più solitaria e aspra. Le uniche gioie di vita, quelle vissute con la madre.

Su quel villaggio gravava un terribile peso: ogni anno un orco, spaventoso a vedersi, esigeva un tributo di sangue.

Molto tempo prima il paese era stato fondato da genti straniere. Ma un orribile orco, comparso all’improvviso, rivelò che quel luogo era incantato e gli apparteneva. Chi vi fosse giunto non poteva andarsene.  Costretti a restare, gli abitanti diventavano cibo per lui, avido di carne umana.

Tutti cercarono di impietosire il mostro: piansero, implorarono, offrirono  ricchezze. L’orco, allora, si lasciò convincere e li accontentò: ogni anno ne avrebbe divorato solo uno. Incautamente, rivelò che se qualcuno si fosse offerto come vittima, avrebbe trascinato nella morte anche l’orco.  Ma non si curò di quelle parole imprudenti.

Infatti conosceva bene gli umani, il loro attaccarsi alla vita, l’assenza di coraggio, l’egoismo.

Per quanto riguardava la sua fame restante, invece, l’avrebbe saziata nei villaggi vicini.

Ad ogni trascorrere d’anno il terreno tremava fin da lontano: allora gli animaletti sgusciavano nelle tane, gli uccelli si acquattavano tra i rami, gli animali da lavoro restavano nelle stalle. In realtà non avevano nulla da temere, perché l’orco li disdegnava, ma il terrore invadeva anche loro.

Il silenzio era assoluto: ed ecco l’orco profilarsi oltre i colli, più alto di quelle vette. In pochi passi raggiungeva il villaggio e scrutava con attenzione. Vi era sempre qualcuno che tardava a rientrare o che si nascondeva malamente. E comunque anche le porte ben chiuse, all’occorrenza venivano abbattute dal mostro.

Una zampata rapida, un masticare violento. E tutto finiva in fretta.

Gli abitanti del paese subivano ogni anno il compiersi del sacrificio, ma il pensiero di quella sorte non li rendeva migliori: chiusi nell’egoismo, nelle miserie quotidiane, nelle invidie, tiravano a campare, sperando di essere risparmiati.

Lei era sempre sola. Il destino comune non spingeva gli altri ad amarla; aumentavano l’astio e il rifiuto nel vederla infelice. Lei continuava a soffrirne. E, infine, decise. Si sarebbe offerta, spezzando insieme la vita dell’orco e la propria, così inutile e vuota. Allora l’avrebbero ricordata e, forse, rimpianta.

Alla scadenza successiva, la solita angoscia, lo scrutarsi di sottecchi, il chiedersi a chi sarebbe toccato. Lei invece era calma. Ormai aveva deciso.

L’ombra dell’orco si profilò sulla via principale: nessuno in giro. Lui si apprestava alla solita svelta ricerca, quando aguzzò lo sguardo: una donna in mezzo alla piazza. Pensava che l’avrebbe dovuta inseguire. Lei invece si costrinse a restare.

Ricordi veloci le passarono in mente: le carezze materne, l’andare flessuoso di un gatto, il frusciare del vento.

E in cuore le nacque una voglia struggente di vita.

Ma aveva deciso. Avanzò con coraggio, si offerse. Lui agì rapido, senza pensare. L’urto fu tanto violento che lei non soffrì nel morire.

Allora per l’orco non vi fu altro tempo: dopo un urlo terribile, scivolò al suolo.

Giacquero un istante vicini, poi il corpo di lui svanì lentamente.

Gli abitanti uscirono incerti dalle case sbarrate: capirono tutto, non appena videro.

Allora furono i vecchi per primi, piegati da anni e  rimorsi, a raggiungerla, ad accarezzarla. “Perdonaci per non averti capita”, chiesero in lacrime. “Perdonaci per non averti amata”, dissero tutti gli altri, oppressi da vergogna e stupore.

Giungevano lenti, recavano fiori.

Il corpo di lei lo portarono a braccia. Vicino alla tomba piantarono rose selvatiche e more. Poi, via dal paese: oppressi da colpe e  ricordi riunirono gli animali, raccolsero i beni e cercarono altri luoghi, molto lontani da quello.

Quando giunsero altrove  e fondarono un nuovo villaggio, scambiarono sguardi diversi, più mesti, più dolci di prima. L’offerta di quel sacrificio li aveva cambiati.

E nel cuore di ognuno, il ricordo di lei cresceva ogni giorno, come rose selvatiche in boccio.

 

Opera tutelata da Patamu.com, con il n.° 86596 del 7.7.2018  e già pubblicata in “Io non sono normale, io amo” di Carla Sale Musio il 22/11/2014.

 

 

di Gloria Lai

 

photo di Ketty D’Amico

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *