Scrivere a tempo

Che cazzo devo scrivere?
Ho pensato di tornare un po’ nel passato, a valutare.
A vedere se è possibile dare luce a qualcosa di vecchio e di dimenticato.
Squattrinato di sentimenti, magari fallito. Non considerato nella maniera becera che la società t’impone.
Voglio lasciare che le dita facciano il loro corso, magari facendo(mi) del male, che almeno qualcosa risulti in uno sproloquio degno della peggiore generazione vissuta dalla mia anima. O dal mio animo, al quale non sono così legato; faccio finta che esista, soprattutto quando fa male, ma quando fa del bene tendo a non considerarlo prettamente esistente.
Diciamo che è filantropicamente ineluttabile.
Allora, scoscese sono le mie dita che seguono la ruota astrusa del mio pensiero pio: il passato, frutto di dipendenze imponderabili, si arguisce da solo e sputa sentenze sul mio essere di oggi.
Non sono più un folle, né un viaggiatore. Prendo un treno una volta al mese per scoprire se i sedili delle locomotive continuano a conturbare il mio io passato, quello di una vita fa.
Ho passato ormai il periodo in cui cercavo le figure di merda o provavo a dipingerti tutta di nero, perché tale eri: un’ombra sul cammino del mio essere. E sei stata tante ombre, macchiata d’inchiostro indeciso. Ti ho descritta con parole sempre inventate e qualche volta caduche di sensazionalismo. Ti ho rivoltata come un calzino e sei finita per terra, spiaccicata, come un essere inetto sull’asfalto della vita.
In molte parole mi hai spaventato, quasi surclassato: eri, come detto, ombra di pensieri funesti e magici.

Promettevi salvezza.

Mi hai poi regalato l’inferno.
Ma io, di questo, ti ringrazio.
Ora non so esattamente cos’è questo scritto poiché scrivo a ruota libera senza fermarmi, e il flusso nero dal mio corpo esce come un rivolo di sangue da una ferita mai aperta, tenuta sottotraccia dal mio inconscio che mi ha voluto molto bene.
Ti ho considerata una rete di salvataggio, una sirena, uno scricciolo, un tesoro sepolto, una musa, una conquista impossibile. O, semplicemente, ti ho considerata come due occhi che, mentre mi ammaliavano, mi hanno fanno ammattire.
Sono così: sconclusionato.

Ma ora posso dirti che mi hai davvero salvato.

8 minuti…

 

di Vincenzo di Giorgio

 

photo di Ketty D’Amico

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