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Non accordiamoci

Non accordiamoci

Prendiamo uno strumento a caso e facciamo.

Facciamo che si suona all’unisono, in concerto con, solfeggiando e prendendo fiato tra le righe. Facciamo che gli spartiti dirigono, e che noi ubbidiamo. Facciamo un gioco che dura finché lo sappiamo, e poi ce ne dimentichiamo. Come al risveglio, quando non sono al mare, coi miei sogni. Facciamo come con le pozioni, assumiamo posizioni che non siano strategiche, che non valutino dinamiche. Come prima di addormentarmi, quando non soffro d’asma, coi sogni tuoi.

Non accordiamoci.

Tu dici ‘ad orecchio’ ed io dico ‘voce’.

Non ci sono delle risposte se non poniamo domande adeguate.

Mi sento posata, stranamente riflessiva, disingarbugliata ma silente, mentre affronto colline di ricordi seduta su altalene di paglia. Mi si infiammano le vene, prolifera la calma in agguato, un abbaio spezzato si unisce al vento del deserto che si dispiace per avermi trovata disidratata. Le parole ne risentono, eppure da fuori avrei giurato che potevo resisterti ancora.

Quante cose sono e non sono così.

Leggevo che senza uno scopo di sopravvive alla vita. Anzi se ne può iniziare addirittura una nuova che non si era sentita vagire nemmeno attutendo ogni convinzione possibile ed immaginabile.

La stranezza in capo al mondo.

Gli scopritori.

La ricercatrice.

I flussi scoscesi che assomigliano alle dune del cuore, convogliano nella vu che non fa vendetta e nemmeno freccia per infierire. Potrei vederci un chissacché di geniale, sebbene non abbia avuto successo fino ad ora. Scrivo per fermare e poi faccio di tutto per muovermi. Perché?

Non accordiamoci nemmeno su questo.

Certe note biascicano lente se le senti forte.

Ci sono personaggi che ruotano attorno a date specifiche, che gli danno pesi specifici, che assumono ruoli precisi. Li trovo così generici. Se non ascoltassi la sensazione starei ancora dov’ero. Non so se sarebbe un male, so che ora come ora non mi piacerebbe. Di qui vedo volte e guglie, ogni tipo di accenno e di esperienza: che sia schiantarsi un incidente, che sia sprofondare una pausa, che sia andare la via e uscire la speranza.

Non ho cambiamenti da trarre, o lezioni da improvvisare. Tutto quello che non ho lo vedo da dove sono: è laggiù o qui vicino a seconda della possibilità che mi creo, e dipende dai fatti quando non voglio raggiungere un obiettivo personale.

Mi piacerebbe.

Tratteggiare volumi d’affari sul tuo viso di piuma, soffici come lanterne ancora da montare. Mantenermi sospesa sui punti che non metto, avere dell’abbondanza rispetto e modellarmi come mare e tramonto insieme. Assimilare ancor più rapidamente, schierarmi come un esercito di quadri nel museo di chi dipinge. Sentire la passione mentre attraversa muri e porte e finestre fatte di non-corrispondenza e di urti lungo scale che si giustificano a senso unico e cercano consenso recriminando un amore che non è stato amato abbastanza.

Vorrei raccontare favole distopiche, campare delle mie meraviglie, tenere il passo del mio presente, riportare tutte le parole che costruiscono in me le fortezze di una debolezza avvincente. La stessa che mi ha permesso di stare dove mi trovo.

Se fossero giochi di parole vorrebbe dire che, davvero, non ci siamo accordati prima d’iniziare. Che sia vero o falso, che sia intransigente o di mezzo, sento il suono che fai oltre il muro.

Non sai quanto può mancare quel miagolìo, uno spiraglio di vuoto sulla bacheca intasata, uno spicchio di riso che condirà il nostro pranzo.

Della mia tristezza canterò gli sbadigli.

Di quando si sente rilassata in tua presenza.

Perché la trasformazione non fa sparire ma rigenera.

Te ne parlerò se ne avrai voglia.

Per adesso lascia che sia musica.

L’energia conservala.

Nel vocabolario delle emozioni sotto spirito.

Quello che inizia con la vu.

 

di Rossana Orsi

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foto di Ketty D’Amico

 

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