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Il concetto di perfezione – seconda parte –

Il concetto di perfezione – seconda parte –

Si diceva che niente è perfetto.

Basta guardarsi intorno per capire che la perfezione non esiste.

I libri fuori posto sono un’imperfezione, la bottiglia d’acqua mezza piena è un’imperfezione, perfino un’unghia tutta mangiucchiata è imperfezione. Eppure, io, in quella imperfezione, ho sempre tentato di trovare la perfezione. Già, questa parola così astratta ha racchiuso cinque anni della mia esistenza in un vortice pericoloso, poco comprensibile e oserei dire anche malsano. Ho scelto la strada sbagliata rendendomene conto solo alla fine, quando ormai dietro di me non avevo fatto altro che distruggere tutto.

Ma distruggere cosa?

Non ho avuto niente.

Tutto ciò che ho sempre desiderato non sono mai riuscita ad averlo. E non parlo di gioielli o di cose preziose. Parlo di felicità, di sentimenti, di amore, di affetto, di comprensione, di voglia di vivere. Tutto ciò che mi è mancato ha vissuto nella mia mente, addormentata e anzi, atrofizzata dalla malattia. L’amore si è tramutato in amore per la malattia, la comprensione è diventata comprensione verso la malattia, il sentimento (e che sentimento) andava tutto all’anoressia.

Io mi sono completamente data a lei, mi sono affidata alle sue lunghe braccia forti, mi sono fidata delle sue parole, l’ho ascoltata e riascoltata dalla mattina alla sera per cinque lunghissimi e fottutissimi anni. Ogni giorno era una sorpresa, ogni giorno qualcosa di diverso, ogni giorno un pezzo di carne in meno, ogni giorno un nuovo rituale, ogni giorno una nuova scoperta.

Come potevo non amare una “creatura” che riusciva a farmi sentire così viva?

Come avrei potuto ignorarla e cacciarla via?

Lei è stata sempre al mio fianco, senza mai lasciarmi sola, avendo sempre una parola di conforto, capendomi, facendomi essere felice. Quando poi però ho iniziato a cercare di scacciarla, lei non ha mai mollato il colpo, e per questo la ammiro.

Considero la malattia, più precisamente l’anoressia, come se fosse una persona. So che chi ha passato questo periodo infernale è più che consapevole di ciò che sto scrivendo. E so anche che non potrebbe far altro che confermare.

L’anoressia è una persona, è una te in miniatura. Vive nella tua mente, parla al posto tuo, agisce al posto tuo, affronta la vita al posto tuo. Decide tutto lei e tu non puoi far altro che dire “va bene”.

Se non lo avessi fatto si sarebbe infuriata e se ne sarebbe andata. Per quanto io possa non aver condiviso certe sue scelte, non posso negare di averla comunque seguita. L’eco assordante della sua vocina ti fora i timpani ovunque tu sia. Non puoi nascondere la testa sotto al cuscino sperando di non sentirla più. Non puoi scappare in un luogo lontano e remoto pensando che così lei tacerà per sempre.

C’è un particolare fondamentale nei disturbi alimentari, un qualcosa che forse tutti ignorano e che sconvolge ancora di più la situazione. La voce che senti non è quella di qualcun’altra, è proprio la tua. Sei tu che parli a te stessa, sei tu che dici di sì o di no a qualcosa. Sei tu che esulti quando vedi il peso sulla bilancia scendere e sei tu che ti sproni a continuare. Rimani sempre sola con te stessa e la malattia diventa la personificazione della persona che vorresti essere. Ti dà forza e coraggio, ti offre l’opportunità di essere amata, di essere accudita, di avere qualcuno accanto. Lei è stata il mio mentore, i miei “genitori”, la mia guida. Perciò non si vuole lasciarla andare via, per questo la si difende con tutto ciò che è in nostro possesso e perciò, spesso, non si riesce ad ammettere la sua esistenza.

Lei è come un patto segreto che fai con te stessa. Proprio perché è segreto nessuno deve saperlo. Siete solo tu e lei. Insieme siete una potenza. E questo nessuno può, né potrà mai, portartelo via.

 

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testo e foto di Veronique Carozzi

 

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